La ricerca organica copre il 53% di tutto il traffico del sito, a pagamento solo il 15%

Di Graziano Brotto in: SEO - Inserito il 15-10-2019

Cos’è la ricerca organica

Secondo uno studio redatto da BrightEdge le ricerche a pagamento e quelle organiche generano oltre il 70% dei ricavi per le aziende B2B.

Nei nostri precedenti articoli abbiamo parlato di come gli zero-click result stiano cambiando la SEO, anche se oggi, un nuovo studio di BrightEdge, conferma ancora una volta come la ricerca organica e a pagamento continuino a fornire molto più traffico verso i siti web rispetto ad altri canali, tra cui la pubblicità social e il display advertising.

BrightEdge ha rilevato che la ricerca a pagamento e la ricerca organica sono responsabili del “68% di tutto il traffico dei siti web tracciabili”.

Ciò che risulta più interessante dallo studio fatto è che la percentuale di traffico proveniente dalla ricerca organica è cresciuto nei cinque anni in cui BrightEdge ha condotto la ricerca. I dati dello studio (l’azienda ha escluso il traffico diretto) fanno riferimento a maggio 2019 e provengono “da migliaia di domini e decine di miliardi di sessioni”.

Percentuale delle ricerche dello studio redatto da BrightEdge

Come si vede dal grafico qui sopra il report analizza i dati sul traffico per le keyword verticali rilevando che per i siti web B2B i numeri sono stati addirittura superiori alla distribuzione generale del traffico.

Interessante è certamente apprendere che più del 75% del traffico B2B proviene da ricerche organiche e da paid search.

Nel 2014 la ricerca organica ha portato il 51% del traffico sui siti web, mentre la percentuale è cresciuta al 53% quest’anno, con un 15% circa del traffico che proviene dalla ricerca a pagamento.

Più equilibrio è stato trovato invece nell’ambito della vendita al dettaglio, dove la distribuzione del traffico tra ricerca organica, a pagamento e “altro” si è quasi equamente spalmato, dove “altro” e a pagamento hanno coperto ciascuno circa il 23% delle visite, mentre la ricerca organica ha fornito il 41%.

Non troppo positivo sembra invece essere l’impatto dei social media sui referral. Il rapporto ha poco di positivo da dire sul traffico proveniente dai social network che praticamente rimane stazionato al 5% del traffico rispetto al 2014.

Unica eccezione i media e l’intrattenimento che sono state le uniche categorie in cui ha portato più traffico (8%).

Interessante è anche la parte dello studio dove BrightEdge offre una stima della ripartizione dei ricavi per canale per il traffico generale e in specifici verticali. Complessivamente l’azienda afferma che la ricerca a pagamento e la ricerca organica sono responsabili del 72% dei ricavi per il B2B e per gli altri specifici settori verticali, affermando che i social media portano, in media, meno dell’1% del fatturato totale.

L’attenzione che bisogna rivolgere a questi dati è certamente importante perché chi opera in ambito SEO deve sempre valutarli attentamente.

Certamente ci saranno alcuni marketer che contesteranno alcuni dei risultati, soprattutto sulle percentuali di traffico traghettate dai social media. Ma supponendo che la metodologia del report sia valida, oggi più che mai si afferma con forza il valore continuo della ricerca organica e di quella a pagamento.

Forse una voce fuori dal coro potremmo trovarla nella consolidata portata di traffico proveniente dalla ricerca organica che, in particolare, sembra smentire i molti cambiamenti strutturali nelle SERP che si sono verificati e che saranno sempre più rilevanti nei prossimi anni.

Quanti articoli scrivere a settimana per il blog?

Di Graziano Brotto in: Blogging - Inserito il 08-10-2019

Quanti articoli scrivere a settimana per il blog?

Questo è uno dei dubbi tipici, se anche tu vuoi sapere quanti articoli scrivere a settimana per il blog sei in buona compagnia. Perché ogni blogger si preoccupa e vuole mantenere un buon ritmo, cercando di organizzare le proprie risorse. Soprattutto all’inizio, quando devi gestire le forze.

Però voglio darti subito una stima per poi approfondire la decisione nei prossimi paragrafi: 2 articoli a settimana, per me, è un buon compromesso. Puoi passare a 3 se hai intenzione di fare sul serio e pubblicare ogni giorno (anche più volte) se sei un quotidiano o un magazine. Solo 1 articolo a settimana? Per me è il limite minimo, per chi è abituato a firmare capolavori.

In realtà non è facile capire il giusto ritmo di pubblicazione, scrivere articoli vuol dire gestire risorse in modo da rendere il processo di blogging una risorsa utile per l’azienda. Quindi è giusto interrogarsi su questo punto: quanti articoli scrivere a settimana per il blog? La risposta è articolata.

Non c’è un numero di articoli definito a monte

Esatto, anche in questo caso la risposta trova rifugio nel sempreverde dipende. Non è possibile indicare una regola valida per tutti perché, dal punto di vista tecnico, il blog è pensato proprio per questo: pubblicare contenuti con una sequenza temporale. Uno dopo l’altro, in un ciclo infinito.

Questo in linea di principio. Poi esistono una serie di parametri, che sto per elencare, che ti possono aiutare a prendere una decisione. Ma faccio questa premessa per mettere in guardia chi pensa di poter ridurre tutto a una semplice regoletta. Non esiste, o almeno io non la conosco.

Vantaggi di chi pubblica sempre molti contenuti

Partiamo da una domanda chiara: quali sono le spinte verso un ritmo sostenuto? All’inizio puoi aver bisogno di crescere in fretta quindi devi creare un corpo di articoli capaci di innescare in temi ridotti il processo di inbound marketing. Attenzione, questo non vuol dire automaticamente posizionarsi su Google. L’autorevolezza in un determinato settore te la guadagni nel lungo periodo.

Soprattutto nei settori competitivi. Però se inizi a pubblicare un buon numero di articoli a settimana, magari ogni giorno, puoi raggiungere obiettivi concreti bruciando le tappe. In più ottieni una serie di vantaggi strategici. In primo luogo hai più contenuti per alimentare social e newsletter.

Poi c’è la possibilità di accedere a Google News: una delle prerogative di questa sezione del motore di ricerca è proprio il ritmo di pubblicazione alto e costante. Come, ad esempio, quello di un quotidiano. In ultimo, ma non per importanza, c’è Google: il crawl si adegua alle tue abitudini editoriali e passa con più frequenza sul tuo sito, dando maggior cura nei contenuti.

Attenzione, il crawl budget non è necessariamente un fattore di ranking ma, come suggerisce Google, è un passaggio essenziale per l’indicizzazione. Quindi è importante agevolarlo.

Svantaggi per chi vuole pubblicare ogni giorno

Quanti articoli scrivere a settimana per il blog? C’è chi preferisce frenare il numero per un motivo: ha risorse limitate e vuole puntare su pochi post scritti bene. La quantità non è per forza sinonimo di bassa qualità. Ma non tutti possono mantenere alti standard e ritmo elevato. Tentare senza la giusta struttura ti espone ai rischi di chi pubblica per esserci e basta.

Questo risultato non porta problemi solo per l’opinione dei lettori ma anche per il giudizio di Google: avrai, probabilmente, una marea di articoli inutili e poco significativi: traffico zero, niente link, posizionamento inesistente. Queste pagine diventano un peso per la tua pubblicazione.

Un buon motivo per limitare le pubblicazioni? Sfornare ogni giorno un post può essere una sfida poco conveniente se devi lanciare duplicati, riflessioni che passano inosservate e aria fritta.

Elementi strutturali del progetto editoriale

Ci sono dei blog che hanno, nel proprio DNA, già scritto il numero di articoli da pubblicare a settimana. Almeno in linea teorica ecco. Ti faccio qualche esempio? Se lavori su un blog dedicato a un argomento verticale, quindi molto specifico, devi per forza operare con un ritmo di pubblicazione basso. Altrimenti esaurisci il calendario editoriale in pochi mesi.

Non puoi snaturare il progetto aprendo le porte ad altri argomenti. D’altro canto se vuoi fondare un magazine, un giornale online iscritto al Tribunale, devi stare sul pezzo. Quindi il ritmo di pubblicazione si alza inesorabilmente. E si abbassa di nuovo se decidi di intercettare un pubblico avanzato, persone che non si accontentano di guide base ma vogliono case study avanzati.

 

 

Che cos’è la User Experience? E come diventare UX Designer?

Di Graziano Brotto in: Web Design - Inserito il 29-09-2019

Che cos’è la User Experience?Si sente parlare sempre più spesso di queste due parole: “User” (utente) e “Experience” (esperienza). C’è chi le butta in mezzo al discorso in maniera grossolana, chi le cita in concomitanza di altri termini come «app» e «siti web», chi le ha googlate perché trovate in qualche annuncio di lavoro. Ma, insomma, a cosa si riferiscono? E perché sono così importanti nel mondo del design?

Che cos’è la User Experience?

Ogni volta che una persona mi chiede quale sia il mio lavoro, alla risposta «UX Designer» vedo occhi contratti e facce perplesse.

Non è facilissimo spiegare il mio ruolo perché il mondo della User Experience (la UX) è articolato, tuttavia ci provo sempre.

Quando rispondo che «faccio app e siti web», i visi cominciano a schiarirsi. Approfitto di quell’apertura per precisare: «Però io li progetto bene, non così come viene e nemmeno basandomi solo sulle mie percezioni. Faccio uno studio degli utenti che vivranno l’esperienza con il prodotto (per questo si chiama User Experience) e lo strutturo perché questa famosa esperienza sia la migliore possibile. Progetto sulla base dei bisogni degli utenti».

Se ancora la persona davanti a me ha dei dubbi, aggiungo: «Ti è mai capitato di avere problemi con l’app della banca, con lo sportello del bancomat, con il display della lavatrice?». Annuiscono tutti, senza eccezioni. «Ecco, tutte quelle volte che provi frustrazione, da qualche parte c’è uno UX Designer che non ha fatto bene il suo lavoro».

 

Il Link “nofollow” si evolve con nuovi modi per identificare i link

Di Graziano Brotto in: SEO - Inserito il 18-09-2019

Come cambiano gli algoritmi con il nuovo attributo “nofollow”

A dare la notizia ufficiale sono Danny Sullivan Gary Illyes i quali dal blog ufficiale di Google spiegano come si è evoluto il link “nofollow” con i nuovi modi per identificare la natura dei link.

Ripercorrendo velocemente la storia dell’attributo nofollow è doveroso ricordare che Google lo introdusse 15 anni fa per aiutare a combattere lo spam nei commenti. Nella sua naturale evoluzione è diventato rapidamente uno dei metodi raccomandati da Google per contrassegnare i link pubblicitari o sponsorizzati.

Come scriviamo spesso la rapidità con la quale si evolve internet è tale che spesso nemmeno Google riesce a immaginare cosa potrebbe succedere da lì a qualche anno.

Il web si è evoluto da quando il “nofollow” è stato introdotto nel 2005 ed è tempo che anche il “nofollow” si evolva.

Il 10 settembre Google ha annunciato due nuovi attributi di link che forniscono ai webmaster ulteriori modi per far identificare a Google Search la natura di particolari link.

Questi, insieme a nofollow, sono riassunti di seguito:

  • rel=”sponsored”: questo attributo deve essere utilizzato per sponsorizzare ed identificare i link su un sito che sono stati creati come parte di pubblicità, sponsorizzazioni o altri accordi commerciali.
  • rel=”ugc”: UGC sta per User Generated Content. Il valore dell’attributo ugc è raccomandato per i link all’interno dei contenuti generati dall’utente, come commenti e messaggi del forum.
  • rel=”nofollow”: questo attributo deve essere utilizzato per i casi in cui si desidera collegare una pagina ma non si vuole implicare alcun tipo di approvazione, incluso il passaggio di ranking ad un’altra pagina

Come cambiano gli algoritmi con il nuovo attributo “nofollow”

Quando l’attributo “nofollow” è stato introdotto, Google agiva sempre allo stesso modo, ossia non passava alcun “credito” ai link contrassegnati in questo modo all’interno degli algoritmi di ricerca.

Da oggi tutto è cambiato, perché tutti gli attributi dei link (sponsored, UGC e nofollow) sono trattati come suggerimenti (da considerare o escludere all’interno della ricerca).

Google dice espressamente che “useremo questi suggerimenti – insieme ad altri segnali – come un modo per capire meglio come analizzare e utilizzare in modo appropriato i link all’interno dei nostri sistemi”.

Certamente interessante è la nuova impostazione algoritmica che non ignora più completamente tali collegamenti, come era stato per il “nofollow”.

Danny Sullivan e Gary Illyes nel comunicato ufficiale spiegano che la scelta dei nuovi attributi e l’essere diventati dei suggerimenti è stata presa perché “i link contengono informazioni preziose che possono aiutarci a migliorare la ricerca, come ad esempio il modo in cui le parole all’interno dei link descrivono il contenuto a cui puntano. L’esame di tutti i link che incontriamo può anche aiutarci a comprendere meglio gli schemi di collegamento innaturali. Passando a un modello di suggerimento, non perdiamo più queste importanti informazioni, pur consentendo ai proprietari del sito di indicare che ad alcuni link non dovrebbe essere dato il peso di first-party endorsement“.

 

 

Come usare Facebook Analytics per far crescere il tuo business

Di Graziano Brotto in: Web Analytics - Inserito il 15-09-2019

Facebook Analytics

Facebook Analytics è una potente piattaforma di analisi che consente di conoscere l’intero percorso dell’utente che è passato attraverso i canali di Facebook, avendo di essi una visione granulare. È stata così aperta la sfida alla rivale Google.

Una delle peculiarità della pubblicità online è quella di essere in grado di misurare i risultati e prendere decisioni basate sui dati. Ti è già capitato di constatare che Facebook Ads Manager e Google Analytics forniscono solo pezzi di un puzzle ma non un quadro completo?

L’Ads Manager può mostrare molte metriche per ogni campagna pubblicitaria, soprattutto quando si utilizza il Pixel di Facebook, tuttavia è ancora limitato in quanto considera solo le azioni che avvengono all’interno della finestra di attribuzione a partire dal click o dalla visualizzazione dell’annuncio, ma non tiene conto delle interazioni organiche sulla pagina Facebook avvenute precedentemente.

Non considera insomma la cronologia generale di ciascun utente; utilizza invece l’attribuzione per l’ultimo touch point, così da misurare solo i risultati dell’ultimo annuncio cliccato o visualizzato.

L’utilità di Facebook Analytics nasce dal fatto che l’attività di web marketing non si ferma ai risultati di un solo annuncio, ma vede l’utente passare da differenti touchpoints, in un percorso caratterizzato da diverse interruzioni e deviazioni, prima di giungere alla conversione finale.

Può interessare quindi sapere dopo quanto tempo l’utente acquista, e che strada percorre, partendo dalla sua prima interazione con la pagina Facebook.

Facebook Analytics può raggruppare diverse Pagine, Pixel e App per fornire un quadro completo delle interazioni dell’utente nel tempo. Per la prima volta possiamo tracciare i risultati della copertura organica e a pagamento su più dispositivi e sessioni.

 

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